Silenzio, ora parla il Colonnello: gli eritrei, le botte alla polizia: “Spaccare un braccio agli abusivi: giustissimo, io…”

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Il colonnello Paternò scrive questa lettera per le pagine di Libero. Non è altro che la sacrosanta verità.

Evito di interloquire sulle cause e sulle modalità adottate dalle autorità capitoline nel corso della guerriglia urbana scoppiata durante lo sgombero di un palazzo e di una piazza abusivamente occupata da immigrati.

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Finché saranno considerati «buoni» coloro che agevolano l’ ingresso indiscriminato di masse di immigrati nel nostro Paese, ben consci che finiranno in mezzo ad una strada e vivranno una vita di stenti, non c’ è spazio per alcun ragionamento.

Voglio invece concentrarmi su quello che oggi pare essere l’ unico scandalo di tutta l’ assurda vicenda: la frase del «becero» funzionario di polizia «se tirano qualcosa spaccategli un braccio!».

Io ora scandalizzerò ulteriormente le anime belle che si stracciano le vesti chiedendo la lapidazione del poliziotto, affermando perentoriamente che quell’ ordine, seppur espresso in una forma «impropria», era legittimo! E tenterò di spiegare perché.

In base alla legge che consente alle forze dell’ ordine (e al cittadino) di ricorrere alla violenza, con armi o con altri strumenti di coercizione (articoli 52 e 53 del codice penale), occorrono tre condizioni: – Inevitabilità, e cioè l’ obbligo di invitare l’ aggressore alla desistenza prima di colpirlo (ovviamente se c’ è il tempo di farlo); – Attualità del pericolo, e cioè la possibilità di colpirlo solo nel momento in cui l’ aggressore sta mettendo in pericolo l’ incolumità di chi si difende o di altre persone (non può essere colpito quando, pur dopo aver commesso una strage, sta fuggendo); – Proporzionalità, chi si difende deve procurare all’ aggressore la stessa lesione che lui avrebbe procurato alla vittima se non si fosse difesa.

Ebbene, alla luce di quanto disposto dal legislatore, l’ ordine del funzionario sarebbe stato censurabile se costui avesse detto: «Appena li vedete, spaccategli un braccio!».
In tal modo avrebbe invitato i celerini a colpire una persona in assenza dei requisiti di inevitabilità e attualità del pericolo. Ugualmente illegittimo sarebbe stato l’ ordine seguente: «Se tirano qualcosa, sparategli in testa!».

Tale disposizione avrebbe violato il principio della proporzionalità. Ma è del tutto lecito ordinare di colpire qualcuno nel momento in cui sta portando in essere l’ aggressione, e ancor più lecito è specificare di procurargli una lesione pari a quella che il poliziotto avrebbe subito prendendosi in faccia una pietra, una bottiglia e addirittura una bombola di gas.

Cosa rimane allora? Resta solo la frase «colorita» lanciata nel corso delle fasi concitate di una guerriglia. Cosa gli volete contestare? Di aver violato il bon ton del guerriero o il galateo battagliero?

PS: Lo confesso, se avessero dovuto inquisirmi tutte le volte che ho detto «spacchiamogli il culo!» prima di effettuare un’ irruzione in un covo di malviventi, mi avrebbero congedato mille volte.

di Salvino Paternò

Colonnello dei carabinieri congedatosi nel 2013 a Rieti dopo 36 anni di servizio, oggi insegna al master di criminologia della Sapienza

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