Il coraggio di una madre che ha deciso di morire per il figlio. Quando l’amore va oltre ogni limite

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 vi racconta, dalle pagine de Il Giornale, una storia di amore incondizionato, che va al di la della stessa natura umana. Decidere di sacrificarsi per permettere al proprio figlio di nascere. Non c’è atto più onorevole di questo.

Massimo rispetto per questa donna e per tutte le persone che hanno fatto del sacrificio una bandiera di Vita ed amore.

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Morire per la vita del proprio figlio? Capita, e sono esempi di grande bellezza, che rischiarano la fiducia in un’umanità che non può finire nel baratro degli egoismi o, peggio, della barbarie dell’integralismo religioso.

A proposito, di recente, a Barcellona, un padre ha salvato il proprio bambino dalla follia omicida di un delinquente, finendo egli stesso schiacciato dalle ruote di un furgone.

Ma il caso che adesso racconterò – sempre una morte per la vita del figlio – ha una drammaticità sconvolgente. Perché l’idea di morire per salvare un proprio caro è facile: in linea teorica è molto facile da ammettere. Ma per coloro che sanno di star vivendo gli ultimi giorni del loro mondo, la morte acquista un altro significato.

L’estinzione di ogni realtà, di tutta la realtà del proprio mondo esistente, è un concetto che nessuna rassegnazione sa accettare. Chi riesce coscientemente ad andare incontro a questa estinzione della propria esistenza, accettandola con lucida convinzione, ha nella sua anima qualcosa di eroico.

Tasha Trafford, una giovane mamma di 33 anni del Galles, era stata colpita cinque anni fa da un grave tumore alle ossa. Si sottopone a lunghe cure e, dopo due anni, viene rassicurata dai medici di aver superato la malattia. Allora Tasha decide di usare uno degli embrioni che aveva precedentemente congelato per rimanere incinta.

Alla 16ª settimana di gestazione, scopre che il tumore è ritornato più aggressivo di prima. È di fronte a una scelta: abortire e sottoporsi alla chemioterapia con la buona possibilità di guarire, oppure portare avanti la gravidanza, sapendo che, poi, in breve, sarebbe morta. Decide di proseguire la gestazione per la vita del figlio. Nasce il suo piccolo Cooper, lei può seguirlo solo per 11 mesi. Muore.

La scienza medica mette di fronte alla donna una realtà spietata: si può salvare una vita sola. Ma a decidere non è la scienza, bensì l’umana fragilità di una coscienza.

Sappiamo come si comporta la madre. È un gesto di generosità? Certo, ma è troppo poco, è riduttivo recintare la scelta di Tasha in quel sentimento, per quanto di illustre nobiltà. Il suo gesto va oltre la generosità, è religioso: se volete, esprime la consapevolezza della trascendenza. Una vita è vita se viene pensata, sentita, amata come qualcosa che non si esaurisce nell’esistenza biologica.

Per Tasha, la vita che ha in grembo è un dono superiore al dono della sua propria vita. La scienza medica, impotente, può solo ammirare la grandezza di un’anima che non ha saputo salvare.

Troppo spesso ci rimettiamo alla conoscenza scientifica per la soluzione delle criticità della nostra esistenza, poiché la consideriamo una forza capace di superare le nostre limitate possibilità d’azione. È così in molte circostanze della nostra vita: la scienza di pochi a disposizione di molti è alla base del progresso.

Ci sono però situazioni in cui i limiti della conoscenza scientifica possono mettere in luce la grandezza dell’umanità quando questa mostra di comprendere il valore profondo, misterioso, affascinante, religioso della vita, cosa che sfugge, non appartiene, al sapere della scienza.

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